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Ultimo giorno di Sziget, e per me il festival finisce col botto, con ben cinque band da seguire oggi, tutti gruppi che apprezzo molto. Chris Cornell ha dato forfait a causa delle sue corde vocali malmesse, e quindi viene dato più spazio agli EAGLES OF DEATH METAL: l'ora a loro disposizione diventa novanta minuti, e ciononostante alla fine del loro show esplosivo la gente continua ad acclamarli, loro non vogliono lasciare il palco e invitano la folla a mostrare il dito medio allo stage manager che vuole toglierli di mezzo, e infine pur di continuare a suonare, si lanciano in una cover dei Rolling Stones. Divertenti e dementi come sempre, anche nella dedica del loro concerto: "Vorremmo dedicare il nostro show a Juliette Lewis, che suonerà dopo di noi. Juliette, tu sei una gran bella topona e noi faremmo di tutto pur di stare con te, ti prego mandaci un segno del tuo amore". Purtroppo l'attrice/cantante non raccoglie l'invito, e il suo concerto non presenta particolari sorprese. JULIETTE & THE LICKS sono una formazione ormai rodata, la frontwoman sa attirare su di sè gli sguardi del pubblico, i paragoni con Iggy Pop sono sempre azzeccati, ma manca ancora quel tocco magico alle canzoni, la capacità di trovare la melodia memorabile. Dal vivo, comunque, è un gran spettacolo, mi godo tutto il suo concerto perdendomi tra l'altro i mitici SEX ACTION sul palco metal. Dopo di lei, sul World Music Stage è il momento dei LENINGRAD, il gruppo punk/ska/folk russo che mi fulminò nell'edizione precedente, e che anche quest'anno riempie a dismisura l'area di fronte al palco, offrendo una esibizione perfetta. Il cantante Sergej Shnurov quest'anno decide di passare tutto il concerto a suonare la balalaika, come se ci fosse bisogno di un altro strumento in questa band con una dozzina di musicisti, e risulta molto statico, attaccato al microfono e intento a suonare la chitarrina, ma in compenso il ciccione simbolo della band (che l'anno scorso si limitava, dall'alto dei suoi 180 chili, a stare seduto in mezzo al palco a bere whisky e urlare) si dimostra in gran forma, alzandosi spesso dalla sedia, accennando balli ska, incitando il pubblico a lanciare alcolici sul palco e mostrando la sua forza nell'aprire lattina di birra con i denti, a testate, o semplicemente stritolandole fra le mani. Di certo non è un tizio con cui si vuole litigare, ma per fortuna sono tutti d'accordo nel definire lo show semplicemente perfetto. Corro poi al palco metal per la doppietta finale del festival: HANOI ROCKS e HAMMERFALL. Fortunatamente il gruppo glam è in ritardo rispetto alla scaletta, quindi mi godo buona parte del loro concerto, con un Mike Monroe in forma smagliante e un Andy McCoy in forma scandalosa: mentre il primo saltella da tutte le parti con il suo microfono con boa di piume di struzzo, senza mai perdere una nota, il secondo accumula svarioni su svarioni sulla sua chitarra, e se non fosse per il secondo chitarrista, il concerto sarebbe musicalmente inascoltabile. Fortunatamente, però, gli errori di McCoy vengono lisciati via dall'entusiamo del pubblico per le canzoni sia vecchie che nuove (queste ultime accolte con un calore sorprendente, tenendo conto che qui in Italia oltre "Malibu Beach Nightmare" non si va...). Un breve soundcheck, ed è il turno degli Hammerfall, svedesi detentori del Vero Metallo. La loro fortuna è che in Ungheria il Power Metal tira tantissimo, e vengono accolti con urla quasi isteriche quando salgono sul palco. La loro esibizione è molto potente, pubblico e band sono felici di trovarsi lì, in chiusura di festival, ed è un piacere ascoltare "Fury Of The Wild" e "Blood Bound" cantate ad una sola voce dai fan, un ottimo modo per concludere al calor bianco sette giorni di concerti.
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